Il prologo del romanzo

A.D. 1176

Campagne di Legnano

 

 

Il rombo che si propagò nel suolo era spaventoso, pareva l’annuncio di un terremoto di immani proporzioni che avrebbe raso al suolo qualsiasi edificio in tutta la Padania.

Ma Rossano da Brescia sapeva che non si trattava di un fenomeno naturale. Quella che si stava scatenando contro di loro non era la forza imperiosa della natura, bensì la rabbia furibonda di centinaia di cavalli lanciati al galoppo, che dissodavano il terreno con gli zoccoli ferrati.

La polvere sollevata dalla carica della cavalleria imperiale era tale da oscurare la visuale, e il fragore così forte da costringere Rossano a gridare gli ordini ai suoi uomini correndo lungo il cerchio compatto dei fanti stretto attorno al Carroccio.

– Serrate i ranghi! – gridava, tenendosi il braccio ferito da cui il sangue continuava a sgorgare. Si era stretto una cinghia di cuoio appena sopra lo squarcio, per cercare di arrestare l’emorragia, ma sapeva che non sarebbe servita a molto: l’unico modo per fermare il sangue era cucire la ferita con alcuni punti di sutura. Ma la situazione in cui si trovavano non permetteva certo di preoccuparsi del suo braccio: entro pochi istanti la cavalleria imperiale sarebbe calata su di loro, travolgendoli con la forza di un uragano di carne, cuoio e ferro.

La sola speranza per Rossano e per i suoi uomini, in netta inferiorità numerica e privi di cavalli, era arroccarsi attorno al Carroccio come avrebbe fatto una mandria di bufali per difendersi da un attacco, tenendo le picche e le lanzalonghe sollevate come gli aculei di un gigantesco istrice. 

Il Carroccio, il grande carro da guerra su cui svettavano il gonfalone milanese e le araldiche della Lega Lombarda, aveva le possenti ruote ferrate affondate nel terreno, tanto era il peso che dovevano sostenere. Padre Ariberto, arrampicato sopra il castello di comando, incitava gli uomini invocando la forza che il Signore avrebbe concesso loro per resistere alla carica straripante del nemico.

– Dio è con noi! – gridava il sacerdote cercando di sovrastare il frastuono della cavalleria imperiale in arrivo. Mentre parlava, teneva alta la piccola croce lobata che il vescovo Intimiano aveva donato a Milano decenni prima, un simbolo potente che confermava la veridicità delle sue parole. – Non vi lasciate spaventare dall’invasore! Non abbiate timore di morire per difendere la vostra terra, la vostra dignità. Il Santo Padre ha esteso la sua benedizione su tutti voi! Viva la Padania! Viva la Padania libera!

– Viva la Padania! – gridarono in coro i soldati della Compagnia del Carroccio, stringendosi spalla contro spalla mentre il terreno sotto i loro piedi vibrava così forte da farli vacillare.

Rossano studiò la disposizione delle lunghe picche che aveva fatto distribuire ai suoi uomini. Ognuno di loro ne aveva una in mano, con il calzo piantato a terra e tenuto fermo dal piede sinistro, allungata verso l’esterno con un’inclinazione sufficiente a frapporre la punta di ferro al petto dei cavalli, e altre due a terra, pronte a essere impugnate nel caso in cui l’asta che reggevano si fosse spezzata. Aveva fatto predisporre cinque linee di picchieri, in modo da opporre all’avanzata dei cavalli un’autentica foresta di punte acuminate, ma sapeva che si trattava di un tentativo disperato. Da quando la cavalleria lombarda si era data alla fuga, dopo essersi lanciata allo sbaraglio contro le truppe imperiali, che avevano retto l’impatto con ordine e avevano contrattaccato senza dare respiro alle forze della Lega, Rossano era rimasto solo, con i trecento fanti della Compagnia del Carroccio, a difendere il simbolo della libertà Padana e l’onore dei Comuni Collegati che avevano osato ribellarsi al Barbarossa.

La speranza di Rossano era che la cavalleria in rotta della Lega riuscisse a riorganizzarsi e a ricongiungersi con il grosso dell’esercito lombardo, che stava marciando da Milano per giungere in loro soccorso. Una speranza tenue, perché la cavalleria nemica stava ormai per travolgerli, e lui non sapeva quanto avrebbero potuto resistere, quegli uomini stanchi, sfiduciati e già provati dalla lunga battaglia che aveva disseminato la pianura di cadaveri.

– Tenete le picche ben piantate a terra! – urlò cercando di farsi sentire in quella bolgia infernale. Sollevò la spada e strinse i denti, quando una fitta gli percorse il braccio ferito. Con il piatto della lama diede dei leggeri colpi alle lance che non erano perfettamente allineate con le altre, in modo che lo sbarramento di picche fosse uniforme.

– State in riga! – gridò ancora, mentre il nemico si avvicinava a velocità poderosa, dando l’impressione di poter travolgere senza sforzo ciò che restava della Compagnia del Carroccio.

Sul grande carro da guerra, padre Ariberto incitava il giovane Egidio a suonare la Martinella, la campana che diffondeva nella valle il richiamo disperato per il grosso dell’esercito lombardo.

E’ tutto inutile, avrebbe voluto dirgli Rossano. Non riusciranno mai ad arrivare in tempo.

Alberto da Giussano, il comandante in capo delle forze della Lega Lombarda, probabilmente ancora non sapeva in quale situazione disperata si trovasse l’avanguardia del suo esercito. Se avesse potuto essere lì, con la potenza dei suoi novecento cavalieri della Compagnia della Morte, forse avrebbe potuto arrestare l’invasore germanico.

Ma fino a quando Alberto da Giussano e i suoi cavalieri non fossero arrivati, Rossano doveva fare affidamento solo sulle proprie forze e su quel pugno di fanti spaventati, che avrebbero dovuto fare scudo con i propri corpi alla carica della cavalleria imperiale.

Un’impresa impossibile, ma che nessuno di quei ragazzi coraggiosi avrebbe abbandonato.

Quando il frastuono degli zoccoli si fece troppo forte per continuare a ignorarlo, Rossano scrutò con rabbia l’avanguardia corazzata del Sacro Romano Impero.

E mentre il suo grido di battaglia si levava alto nel cielo, fino a sovrastare il fragore dei cavalli e lo squillo disperato della Martinella, Rossano sentì che aveva desiderato a lungo quel momento: finalmente poteva affrontare a viso aperto gli uomini che avevano annientato la sua famiglia e che cercavano di spogliarlo anche della dignità di possedere una patria libera e indipendente.

Quando la cavalleria imperiale si schiantò con la forza di una valanga contro il fronte compatto di picche della Compagnia del Carroccio, Rossano dilatò le narici e pregustò il momento in cui avrebbe versato il sangue nemico.

Non si preoccupò neppure per un istante del fatto che molto probabilmente anche lui sarebbe morto in quella pianura dimenticata da Dio.